In questi giorni un noto infettivologo molto attivo e seguito sui social, sta lanciando diversi messaggi su quelle che lui chiama le “malattie del sesso”, ovvero le infezioni sessualmente trasmissibili. Asserisce che facendo sesso si può stare molto male, si possono prendere malattie “invisibili”, che richiedono particolare attenzione per venire diagnosticate. Inoltre, ciliegina sulla torta, sempre con il tono alterato del professore che rimprovera gli alunni che non hanno studiato, afferma che i costi di un’infezione sessualmente trasmissibile (che lui continua a chiamare “malattia del sesso”) ricadono sul Servizio Sanitario Nazionale. E che dunque, per la proprietà transitiva, chi contrae un’infezione danneggerebbe la comunità.
Partendo da quest’ultimo concetto, si potrebbe aprire un dibattito su quali siano le malattie “giuste” e che quindi meritano di essere prese in carico dal SSN e quali, invece, quelle che non meriterebbero questo “privilegio”. Forse, il metro di giudizio (tanto giudizio) è il fatto di “andarsele a cercare”? Mi ricorda un antico Ministro della Sanità degli anni ’80 la cui frase – “l’AIDS lo prende chi se lo va a cercare” – diventò famosa e nefasta, generando ulteriore stigma nei confronti delle persone HIV positive.

Infatti oggi, anno domini 2026, nei commenti al post c’è chi ancora riecheggia il Ministro:
“Lo ripeto da anni poi ‘sti strxnzx li paghiamo noi a vita (vedi quelli con HIV) se capita ok se te la cerchi ti paghi le cure vedi come cambierebbe la storia!”
(scusate la mancanza di punteggiatura, ma evidentemente chi ha scritto non ne conosce l’utilizzo). Dove resta da capire come si distinguono “quelli a cui capita” da “chi se lo va a cercare”: forse le prime sono le persone che subiscono una violenza sessuale? Ma poi siamo sicure che non se la siano cercata? Come erano vestit3? Con chi si sono accompagnat3? Quanto hanno bevuto?

Passiamo a un altro commento che ci apre scenari più ampi:
“Non si può (e non si sarebbe mai dovuto) garantire assistenza sanitaria per chi non ha educazione e rispetto per sé e per gli altri in genere. Un esempio: chi fuma non può avere assistenza gratuita per il tumore al polmone o chi è in sovrappeso deve pagare per entrare in un reparto di cardiologia!!!”
Dunque, immaginiamo un mondo perfetto, dove le persone non fumano, non bevono, mangiano correttamente (chi ha disfunzioni endocrine, non è contemplato), fanno sport, vanno a letto presto e non fanno sesso, se non con il/la legittima consorte e solo per la riproduzione. Queste sono le persone che hanno diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Tutte le altre, dovranno pagare in base alla loro colpa, a quanto hanno mancato di rispetto a sé stesse e agli altri. Sarà anche il caso di istituire una Polizia della Salute, per acchiappare il ghiottone che, nonostante il peso elevato si ostina a mangiare dolci, o il fumatore incallito, o il bevitore.
Questo modo di pensare, anche se estremo in chi ha scritto il commento, ricade un po’ nel nostro modo di esorcizzare la malattia e quindi anche la morte.
“Tizio ha avuto un infarto.. però (il “però” è d’obbligo) era da tanto che il medico gli aveva detto di fare attività fisica, ma lui.. niente!” “Caio ha un tumore.. però, ha sempre mangiato carne rossa, bevuto vino, fatto una vita stressante.. io glielo dicevo sempre..”.
Chi di noi non ha mai pronunciato frasi come queste?
E’ un modo, anche istintivo, di tirarci fuori, di sapere esattamente cosa non andasse in Tizio e Caio e di sapere che noi siamo diverse, non faremo gli stessi errori. Non ci ammaleremo, vivremo in eterno.
Peccato che la vita non sia solo questo, non sia solo razionalità. La vita è fatta anche di piacere, di mangiare, di bere e di fare sesso. Nella vita esistono anche le infezioni e le malattie. Il punto è la consapevolezza, che è molto diversa però dal senso di colpa.
Riporto ancora qualche commento al post sulle “malattie del sesso” elencate gravemente dal medico: “Quando si conosce qualcuno bisogna chiedere la cartella clinica. Sempre più convinta di ciò”, “Ho il terrore del sesso, per fortuna non ne sento il bisogno”, “Ed è molto meglio il vibratore, non ti porta malattie contagiose, non ti tradisce” “Per il piacere di un orgasmo, le persone perdono la testa e distruggono la propria vita in cinque minuti” e potrei andare avanti ancora per molto.
Che siamo tutte, chi più chi meno, cresciute in un ambiente patriarcale, dove il sesso è ammesso (in teoria) solo se rispondente a determinate caratteristiche (eteronormatività, rapporto monogamo, ecc.), è un dato di fatto. Che questo quadretto non corrisponda alla realtà, è un altro fatto e che lo scollamento fra le due cose possa portare a infelicità, malesseri ed anche a patologie psichiatriche, è ancora un altro fatto, ormai suffragato da diversa letteratura.
Dunque, come mai un illustre medico, nel 2026, ritiene che l’unico modo per parlare di infezioni sessualmente trasmissibili e quindi di prevenzione, sia rimproverare la gente sui social sventolando cupe retribuzioni per chi si ostina ad essere ignorante? Quando mai il senso di colpa e la paura sono risultate armi vincenti?
Non sarà che rendere il sesso una cosa sporca e sbagliata ottiene il risultato di far allontanare le persone dai test e dalle strutture di diagnosi e cura?
Come mai, ancora oggi, ci sono persone che abitano in piccoli centri e che si vergognano ad andare a farsi i test nella propria città? Come mai ancora oggi, ci sono persone che scoprono a 40/50 anni di avere l’HIV perché non si erano mai fatte un test e lo scoprono quando stanno così male da essere ricoverate?
Perché non parlare, oltre che di preservativo (che in realtà non protegge al 100% da tutte le IST), anche della possibilità di utilizzare la PrEP? Perché non dire che una persona HIV positiva in terapia con carica virale non rilevabile NON trasmette il virus? Perché non puntare sulla consapevolezza di fare periodicamente i Test per le varie IST? Perché non dare informazioni corrette e lasciare che le persone le adattino alle loro abitudini sessuali?
Su una sola cosa sono d’accordo col medico in questione: sulla necessità di fare educazione sessuale e affettiva nelle scuole, aggiungo, fin dalle primarie. Ma è solo normalizzando l’attività sessuale, che fa parte della vita, che si può poi rendere le persone consapevoli anche degli eventuali rischi e di come evitarli o minimizzarli.
Partiamo dal presupposto che a questo mondo non c’è nulla di “assolutamente sicuro”: potenzialmente rischiamo la vita ogni volta che ci mettiamo in auto, o che infiliamo una spina in una presa; la stessa cosa avviene quando si fa sesso, tranne che lì il rischio è di contrarre un’infezione, più o meno grave. Ma solo esserne profondamente consapevoli fornisce gli strumenti per valutare i rischi, per decidere (perché siamo in grado di intendere e volere) e per prevenire.
Pensare di allontanare il sesso dalle nostre vite porta solo frustrazione e infelicità, e soprattutto è irrealistico.
Punto healthy di Valeria Calvino
Valeria Calvino, è attivista nel campo dell’HIV e operatrice sociale. Persona HIV positiva, ha collaborato, fin dai primi anni 90 con diverse Associazioni tra Roma e Napoli, occupandosi di prevenzione, informazione, diritti e lotta allo stigma. È vicepresidente di Checkpoint Plus Roma e fa orgogliosamente parte del Collettivo Conigli Bianchi- Artivist3 contro la sierofobia

